Un nuovo studio in vitro rivela che la combinazione di cannabinoidi e cisplatino aumenta la mortalità delle cellule tumorali e blocca la loro capacità di ripararsi.

cannabis-tumore

Il tumore della cervice uterina continua a rappresentare una delle sfide oncologiche più complesse a livello globale, in particolare nei paesi a basso e medio reddito. Sebbene il cisplatino sia da anni il farmaco chemioterapico standard per eccellenza, la sua efficacia clinica incontra spesso due grandi ostacoli: la comparsa di gravi effetti collaterali per l’organismo e lo sviluppo di resistenze da parte delle cellule tumorali.

Oggi, una risposta a queste limitazioni potrebbe arrivare dalla ricerca sulla cannabis terapeutica. Un recente studio condotto dal Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Pretoria (Sudafrica), e pubblicato sulla rivista scientifica Cancer Reports, ha analizzato gli effetti della combinazione del cisplatino con due noti fitocannabinoidi: il $\Delta^9$-tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD).

I risultati aprono scenari decisamente promettenti per il futuro delle terapie combinate.

L’esperimento: un attacco a tre vie

I ricercatori hanno testato l’azione combinata di THC, CBD e cisplatino su due diverse linee cellulari di tumore della cervice umana (chiamate HeLa e SiHa), confrontando l’effetto su cellule epiteliali mammarie sane (MCF-12A) per monitorare il livello di tossicità genenerale.

Ciò che è emerso ha confermato l’esistenza di un forte effetto sinergico: i cannabinoidi non si limitano a “coadiuvare” la chemioterapia, ma ne amplificano attivamente la potenza distruttiva contro il cancro, mostrando al contempo una spiccata selettività.

I tre pilastri della scoperta scientifica

I dati emersi si muovono lungo tre direttrici biologiche fondamentali:

  1. Morte cellulare mirata (Apoptosi): La tripla combinazione (THC + CBD + cisplatino) ha innescato il suicidio programmato (apoptosi) nel 53% delle cellule HeLa e nel 58% delle cellule SiHa. La nota positiva? Sulle cellule sane di controllo l’effetto citotossico è rimasto decisamente inferiore (32%), dimostrando che il trattamento “prende di mira” preferenzialmente il tumore.

  2. Il blocco del ciclo riproduttivo: Il mix terapeutico ha letteralmente congelato la capacità delle cellule tumorali di replicarsi, inducendo un arresto nella fase G2/M (in un tipo cellulare) e un accumulo nella fase sub-G1 (nell’altro), accelerandone la degradazione.

  3. Disattivazione dello scudo genetico: Il vero punto di svolta molecolare risiede nella downregulation (cioè lo spegnimento) dei geni XRCC1 e RAD51. Questi geni fungono normalmente da “squadra di riparazione” che il tumore usa per aggiustare il proprio DNA dopo i danni inflitti dalla chemio. Bloccando questi geni, la cannabis impedisce alle cellule cancerose di rigenerarsi, lasciando che il cisplatino completi la sua opera distruttiva.

Autofagia: la cellula che “fa pulizia”

Lo studio ha inoltre evidenziato come l’esposizione a THC e CBD stimoli l’autofagia, un processo biologico attraverso il quale le cellule tumorali digeriscono i propri componenti interni alterati, spingendole ulteriormente verso il collasso strutturale.

Cosa cambia per il futuro della terapia oncologica?

È fondamentale sottolineare che si tratta di uno studio condotto in vitro (in laboratorio su colture cellulari), il che significa che saranno necessari successivi step di sperimentazione in vivo e clinica prima di vedere l’applicazione di questo protocollo nei reparti ospedalieri.

Tuttavia, questa ricerca traccia una strada chiarissima: l’uso coordinato e standardizzato dei cannabinoidi potrebbe permettere in futuro di ridurre i dosaggi di cisplatino necessari a eradicare la massa tumorale. Meno chemioterapia significa meno tossicità per i pazienti, una migliore qualità della vita durante le cure e una barriera più forte contro lo sviluppo di chemioresistenze. La sinergia tra natura e farmacologia oncologica non è mai stata così vicina.

Fonte: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42055476/

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