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Epilessia resistente e cannabis medica: cosa mostra lo studio brasiliano

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Uno studio real-world nel sistema sanitario pubblico brasiliano

Epilessia resistente e cannabis medica: studio brasiliano su riduzione delle crisi, sicurezza e difficoltà di accesso ai prodotti.

Un nuovo studio pubblicato su Clinical Therapeutics porta dati interessanti sull’impiego di prodotti a base di cannabis nell’epilessia resistente ai trattamenti, ma mette in evidenza anche un problema che spesso rimane ai margini del dibattito: la continuità di una terapia dipende anche dalla possibilità concreta di accedervi.

Nella ricerca, condotta su 91 pazienti inseriti nel progetto pubblico brasiliano Canabidiol–SUS, il 70,3% dei partecipanti ha riferito una riduzione di almeno il 50% della frequenza delle crisi epilettiche. Allo stesso tempo, fra le persone che avevano interrotto il trattamento, le difficoltà di accesso ai prodotti rappresentavano un elemento rilevante.

Il dato è interessante, ma deve essere interpretato correttamente: si tratta di uno studio osservazionale real-world, trasversale e basato in parte su risultati riferiti dai pazienti o dai caregiver, non di uno studio clinico randomizzato capace di dimostrare da solo un rapporto diretto di causa ed effetto.

Uno studio real-world nel sistema sanitario pubblico brasiliano

La ricerca, intitolata Effectiveness and Safety of Cannabis-Based Products for Refractory Epilepsy From Real-World Evidence, è stata condotta da ricercatori dell’Universidade Federal de Minas Gerais, dell’autorità regolatoria brasiliana Anvisa, del sistema sanitario del Distretto Federale e dell’Université de Bordeaux.

Sono stati analizzati 91 pazienti affetti da epilessia refrattaria o resistente, cioè forme nelle quali le crisi continuano nonostante i trattamenti antiepilettici convenzionali.

L’età media dei partecipanti era di 19,5 anni e il 58,2% era di sesso maschile. I pazienti erano stati registrati nel programma tra il 2017 e il 2022 e successivamente intervistati telefonicamente nell’ambito dello studio.

L’obiettivo dei ricercatori era valutare due aspetti principali:

  • efficacia percepita dei prodotti a base di cannabis;
  • sicurezza ed eventi avversi.

Il criterio utilizzato per definire una risposta significativa era una riduzione riferita di almeno il 50% della frequenza delle crisi epilettiche.

Il 70,3% ha riferito almeno il 50% di crisi in meno

Nel complesso, il 70,3% dei partecipanti ha riferito una riduzione delle crisi pari o superiore al 50%.

La percentuale risultava ancora più elevata tra coloro che stavano continuando il trattamento al momento dell’intervista:

  • 94,7% tra gli utilizzatori attuali;
  • 57,1% tra coloro che avevano interrotto il trattamento.

È però importante non leggere questi numeri come se rappresentassero un confronto randomizzato tra due gruppi equivalenti.

Le persone che continuano una terapia possono essere, per esempio, anche quelle che hanno ottenuto maggior beneficio o che l’hanno tollerata meglio. Chi ha interrotto può averlo fatto per inefficacia, effetti indesiderati oppure difficoltà economiche o amministrative.

Per questo il dato descrive ciò che è stato osservato nella pratica reale, ma non dimostra che continuare oltre un determinato periodo garantisca automaticamente un determinato risultato.

Oltre 12 mesi di trattamento e maggiore efficacia percepita

Uno dei risultati statisticamente più rilevanti riguarda la durata della terapia.

L’utilizzo dei prodotti a base di cannabis per più di 12 mesi risultava associato a una maggiore probabilità di efficacia percepita.

Nell’analisi multivariata, il trattamento superiore a un anno era associato a un odds ratio di 23,79 per l’efficacia percepita.

Un odds ratio elevato indica una forte associazione statistica all’interno del campione studiato, ma non significa che “dopo 12 mesi il trattamento diventa 23 volte più efficace”.

Questo sarebbe un modo scorretto di interpretare il risultato.

Lo studio non permette infatti di escludere completamente fattori di selezione: chi beneficia maggiormente del trattamento può essere anche più propenso a proseguirlo nel tempo.

Il punto più importante: alcuni pazienti hanno interrotto per problemi di accesso

Uno degli aspetti più significativi della ricerca non riguarda direttamente l’attività farmacologica dei cannabinoidi, ma l’accessibilità della terapia.

Tra le persone che avevano interrotto il trattamento, la difficoltà nell’ottenere i prodotti risultava una delle principali ragioni di sospensione.

La cessazione del trattamento dovuta a barriere di accesso era associata a una minore efficacia percepita, con un odds ratio pari a 0,074.

Gli stessi autori sottolineano che questo risultato evidenzia il possibile impatto delle barriere di accesso sulla continuità terapeutica e sugli esiti dei pazienti.

È un punto particolarmente importante.

Una terapia non può essere valutata soltanto in base alla sua efficacia teorica o farmacologica. Se una persona:

  • non riesce a reperire il prodotto;
  • incontra ostacoli amministrativi;
  • non può sostenerne i costi;
  • è costretta a interrompere periodicamente il trattamento,

anche la continuità dell’assistenza viene compromessa.

Lo studio brasiliano porta quindi alla luce una questione più ampia: l’accesso alle cure è parte integrante del percorso terapeutico.

Una questione che va oltre il Brasile

Il problema dell’accesso ai prodotti a base di cannabinoidi non riguarda esclusivamente il sistema sanitario brasiliano.

Costi, disponibilità, procedure amministrative, regolamentazione e continuità nella fornitura possono influenzare concretamente la possibilità di seguire una terapia nel tempo.

Nel caso dell’epilessia resistente, dove i pazienti possono aver già sperimentato numerosi trattamenti senza ottenere un controllo soddisfacente delle crisi, l’interruzione involontaria di una terapia rappresenta una questione particolarmente delicata.

Il risultato dello studio non permette di trasferire automaticamente la situazione brasiliana ad altri Paesi, compresa l’Italia, ma richiama l’attenzione su un principio importante:

la continuità terapeutica richiede non soltanto una prescrizione appropriata, ma anche un accesso reale, stabile ed equo al trattamento.

Quali prodotti a base di cannabis sono stati utilizzati?

Nel campione erano presenti differenti formulazioni.

Secondo i dati riportati sullo studio, i prodotti contenenti CBD isolato erano i più utilizzati, rappresentando circa il 73,6% dei casi, mentre una quota inferiore utilizzava prodotti contenenti CBD insieme ad altri cannabinoidi.

Questo è un altro elemento importante per interpretare correttamente la ricerca.

Parlare genericamente di “cannabis” può essere fuorviante perché prodotti differenti possono avere:

  • composizioni differenti;
  • concentrazioni differenti;
  • rapporti tra cannabinoidi differenti;
  • modalità di produzione diverse.

Gli stessi ricercatori indicano proprio l’eterogeneità dei prodotti come uno dei limiti della ricerca.

Gli eventi avversi

Gli eventi avversi sono stati riferiti dal 51,6% dei partecipanti.

I più frequenti sono stati:

  • disturbi del sonno: 28,6%;
  • alterazioni dell’umore o altri disturbi neurologici/psichiatrici: 24,2%;
  • sintomi gastrointestinali: 19,8%.

Quattro partecipanti, pari al 4,4% del campione, hanno riferito un aumento della frequenza delle crisi.

Gli autori hanno definito il profilo di sicurezza complessivamente accettabile nel contesto osservato, sottolineando comunque la necessità di:

  • monitoraggio clinico;
  • farmacovigilanza;
  • maggiore standardizzazione dei prodotti.

Questo dato è essenziale perché un risultato positivo sulla frequenza delle crisi non elimina la necessità di valutare effetti indesiderati, interazioni e tollerabilità individuale.

Perché lo studio non dimostra da solo l’efficacia clinica

I risultati sono interessanti, ma presentano limiti precisi.

Studio trasversale

La ricerca osserva la situazione dei pazienti in un determinato momento e non segue prospetticamente tutti i partecipanti secondo un protocollo sperimentale controllato.

Risultati autoriferiti

La riduzione della frequenza delle crisi e gli effetti avversi sono stati raccolti attraverso interviste e quindi dipendono anche dal ricordo e dalla percezione dei partecipanti o dei caregiver.

Assenza di randomizzazione

Non è stato effettuato un confronto randomizzato tra cannabis e placebo o tra differenti terapie.

Prodotti eterogenei

I pazienti non utilizzavano necessariamente la stessa formulazione, la stessa concentrazione o lo stesso profilo cannabinoide.

Possibile bias tra chi continua e chi interrompe

Chi ottiene buoni risultati può essere più propenso a continuare la terapia, mentre chi non ottiene beneficio o incontra difficoltà può essere più propenso a interromperla.

Gli stessi autori invitano quindi alla cautela nell’interpretazione dei dati.

Cosa ci dice davvero questa ricerca

La conclusione più equilibrata è che, nel contesto reale del programma sanitario brasiliano studiato, molti pazienti con epilessia resistente hanno riferito una significativa riduzione delle crisi durante l’utilizzo di prodotti a base di cannabis.

Il dato rafforza l’interesse verso i cannabinoidi nel trattamento di alcune forme di epilessia resistente, ma non permette di estendere automaticamente il risultato a:

  • qualsiasi forma di epilessia;
  • qualsiasi prodotto a base di cannabis;
  • qualsiasi concentrazione di CBD o THC;
  • qualsiasi paziente.

La ricerca mette inoltre in evidenza un secondo messaggio forse altrettanto importante:

una terapia che non può essere ottenuta con continuità rischia di non essere realmente accessibile

Per molti pazienti, il problema non riguarda quindi soltanto la disponibilità di un’opzione terapeutica sulla carta, ma la possibilità di mantenerla nel tempo.

Accesso, continuità e diritto alla cura

Per Carlo Therapy APS questo aspetto merita particolare attenzione.

Quando si parla di cannabis a uso medico, la discussione viene spesso concentrata esclusivamente su efficacia, prescrizione o principi attivi.

Ma il percorso concreto del paziente comprende anche:

  • disponibilità del farmaco o della preparazione;
  • continuità dell’approvvigionamento;
  • costi;
  • tempi;
  • procedure amministrative;
  • assistenza sanitaria;
  • monitoraggio.

Se uno di questi elementi viene meno, la continuità terapeutica può essere compromessa.

Lo studio brasiliano mostra proprio perché accesso ed efficacia non possono essere considerati due temi completamente separati.

Conclusioni

Lo studio pubblicato su Clinical Therapeutics ha analizzato 91 persone con epilessia resistente trattate con prodotti a base di cannabis nel sistema sanitario pubblico brasiliano.

Il 70,3% ha riferito una riduzione di almeno il 50% della frequenza delle crisi, mentre l’impiego per oltre 12 mesi risultava associato a una maggiore efficacia percepita.

Allo stesso tempo, più della metà dei partecipanti ha riportato almeno un evento avverso e alcuni pazienti hanno dovuto interrompere il trattamento anche per difficoltà di accesso ai prodotti.

Ed è proprio questo uno dei risultati che non dovrebbe essere trascurato:

la disponibilità di una terapia non coincide necessariamente con la possibilità reale di seguirla nel tempo.

Servono ulteriori studi controllati e prospettici per definire con maggiore precisione efficacia, sicurezza, formulazioni e caratteristiche dei pazienti che possono beneficiare maggiormente dei diversi prodotti cannabinoidi.

Le persone con epilessia non dovrebbero iniziare, sospendere o modificare terapie a base di cannabinoidi senza il controllo del medico specialista.

Le informazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere medico. Ogni eventuale percorso deve essere valutato da un professionista qualificato.


Domande frequenti su epilessia resistente e cannabis medica

Che cos’è l’epilessia resistente o refrattaria?

Si parla di epilessia resistente quando le crisi continuano nonostante l’impiego appropriato di trattamenti antiepilettici. È una condizione complessa che richiede una valutazione specialistica.

Cosa ha rilevato lo studio brasiliano?

Nel gruppo di 91 pazienti analizzati, il 70,3% ha riferito una riduzione di almeno il 50% della frequenza delle crisi durante l’impiego di prodotti a base di cannabis.

Lo studio dimostra che la cannabis cura l’epilessia?

No. Lo studio osserva associazioni in un contesto clinico reale e non è un trial randomizzato. Non dimostra che qualsiasi prodotto a base di cannabis sia efficace per qualsiasi forma di epilessia.

Quali cannabinoidi erano maggiormente utilizzati?

I prodotti a base di CBD isolato rappresentavano la formulazione più comune nel campione studiato.

Sono stati riportati effetti indesiderati?

Sì. Il 51,6% dei partecipanti ha riferito almeno un evento avverso, principalmente disturbi del sonno, alterazioni dell’umore o sintomi gastrointestinali.

Perché alcuni pazienti hanno interrotto il trattamento?

Tra le ragioni di interruzione figuravano anche difficoltà di accesso ai prodotti. Lo studio ha rilevato un’associazione tra interruzione dovuta a barriere di accesso e minore efficacia percepita.

È possibile modificare una terapia antiepilettica sulla base di questo studio?

No. Qualsiasi modifica della terapia deve essere effettuata esclusivamente sotto controllo medico, soprattutto nell’epilessia resistente.

Carlo Therapy APS offre informazione, orientamento e supporto ai pazienti interessati a percorsi con cannabis terapeutica, facilitando il collegamento con medici, farmacie e professionisti qualificati.

Per ricevere orientamento o maggiori informazioni, puoi contattare Carlo Therapy APS dalla pagina Contatti: https://www.carlotherapy.com/contatti/

Le informazioni hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere medico. Ogni eventuale percorso deve essere valutato da un professionista qualificato.

Alcune immagini e alcuni testi presenti in questo articolo sono stati realizzati con il supporto dell’intelligenza artificiale.

Fonti: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42420065/

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